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IL PUNTO DI VISTA DI Roberto Carone, Direttore UOC di Neuro-Urologia e del Dipartimento Mielolesioni, AO CTO-Maria Adelaide, Torino.
Presidente della Fondazione Italiana Continenza

Il punto di vista di

 

 

Esistono termini che, portandosi dietro concetti ben definiti, vengono coniati e naturalmente implementati in un determinato momento storico della nostra esistenza. Uno di questi è “multitasking”: un termine derivato dall’informatica che fa riferimento ad un sistema operativo che permette di eseguire più programmi/processi contemporaneamente, ma che recentemente è divenuto una parola ed un concetto introdotti nel linguaggio comune, anche dai media,  che descrivono la capacità umana, supposta o (in alcuni casi) reale, di affrontare contemporaneamente attività differenti, come ad esempio inviare una risposta sms e continuare ad ascoltare chi ci sta parlando. In realtà siamo oggi tutti “costretti” ad applicare il multitasking reiteratamente nel corso di una giornata, ma sulla sua reale utilità dovremmo nutrire dei seri dubbi, anche in merito al rischio di incorrere in un maggior numero di errori nel nostro agire quotidiano, dovuti all’insufficiente attenzione.

Indubbiamente ci sono individui che riescono meglio di altri a fare più cose contemporaneamente ed altri che invece sono capaci di fare una sola cosa alla volta.  Esistono realmente delle differenze neurofunzionali  nei soggetti “multitasker” rispetto agli altri  o il tutto si riduce ad una diverso livello di profondità ed intensità (e di serietà?) con le quali si affrontano i processi di azione e di apprendimento  che caratterizzano il nostro agire quotidiano?

Il prof. Piergiorgio Strata, neurofisiologo dell’Università di Torino, ha recentemente spiegato su un quotidiano nazionale che “nel nostro cervello abbiamo una specie di penna laser che può puntare la nostra attenzione soltanto su una cosa alla volta. Tutto quello che facciamo in aggiunta all’attività principale avviene a livello inconscio. Entriamo in casa mentre suona il telefono e la penna laser si sposta sull’apparecchio telefonico. Nel frattempo depositiamo inconsciamente le chiavi di casa sul divano e poi non ricordiamo dove le abbiamo messe”.  Ritengo quindi legittimo porsi una domanda:  se le due azioni  che vengono eseguite contemporaneamente sono entrambe di grosso impegno e richiedenti una buona dose di concentrazione, una delle due viene svolta inconsciamente o vi è un continuo spostamento dell’attenzione da una all’altra? E questo spostamento è sempre possibile o solo quando le nostre azioni sono tali da non richiedere un impegno di concentrazione di livello elevato?

E veniamo ora alla “chirurgia in diretta”.  Non chiediamoci perché privilegiare questa tipologia di didattica, di scambio culturale o  di trasmissione di conoscenze rispetto ad altre; non poniamoci la domanda se essa rappresenti una vetrina di esposizione delle proprie abilità operatorie o della propria spontanea disinvoltura attestante una esperienza inveterata e non interroghiamoci se essa rappresenti un teatro dove l’atmosfera è sostenuta essenzialmente dalla suspence e dall’attesa dell’imprevisto.
 
Poniamoci invece un’altra domanda: il chirurgo che inevitabilmente si trova a sviluppare le sue capacità di “multitasker”, dovendo contemporaneamente operare, rispondere alle domande, prestare attenzione alle esigenze di ripresa televisiva, riesce a spostare continuamente la penna laser del suo cervello da un campo all’altro perché svolge inconsciamente parte delle sue azioni e riesce a farlo perché nessuna di essa richiede una intensa  focalizzazione delle sue attenzioni (e quindi svolge il tutto con una sobria leggerezza)  o piuttosto è consapevole del rischio che lo spostamento del laser comporta e lo accetta perché non lo ritiene elevato?

In entrambi i casi  ritengo di poter affermare che la chirurgia in diretta si rilevi discutibile sotto il profilo etico, oltre che non più educativa, formativa e didattica rispetto ad un video integrale di un intervento chirurgico.

Oltre tutto, in genere i multitasker sono giovani (mentre il “chirurgo in diretta” quasi sempre non lo è, avendo dalla sua una esperienza di molti anni) che maneggiano molto facilmente le nuove tecnologie e così gli scienziati hanno cercato di capire se l’età avvantaggi questo tipo di attività cerebrale. Alcuni studi di imaging cerebrale hanno in effetti dimostrato che nei giovani la memoria provvisoria dura più a lungo rispetto ai meno giovani che ricollegano a fatica più frammenti in successione; questo spiegherebbe la capacità di spostamenti rapidi dell’attenzione con l’ipotetica capacità di affrontare più attività coscienti alla volta. Peraltro, la chirurgia non è  costituita da gesti sempre ripetibili e codificati, bensì anche da una certa dose di creatività e di attenta disponibilità al cambiamento della strategia operativa. 
 
A tale proposito è bene ricordare quanto dichiarato dal famoso biologo e premio Nobel James Watson: “per svolgere un’attività creativa e di successo devi essere leggermente disoccupato” (non occupato cioè contemporaneamente su più fronti). Essere bravi chirurghi vuol dire anche poter contare su grandi capacità di isolamento mentale, ottime capacità di concentrazione (occupazione su un solo fronte) e saper anche dare libero sfogo all’immaginazione ed improvvisazione. Insomma tutto il contrario di una vita da multitasker.