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Esperienza di una specializzanda in un ambulatorio di urodinamica

La testimonianza di Silvia Giovannozzi, Specializzanda Clinica Urologica e Andrologica, Università degli Studi di Perugia

Il nuovo che avanza: l’angolo degli specializzandi

 

 

La vita di uno specializzando in un ambulatorio di urodinamica? Molto complessa e decisamente formativa. Ne sa qualcosa la mia cara professoressa Elisabetta Costantini, che mi ha chiesto di scrivere un articolo sull’argomento, avendo trascorso 3 anni della mia specializzazione proprio in quell’ambito. D’altronde l’urologia è una branca della medicina un po’ particolare, ritenuta (a torto) roba per soli maschietti. Tant’è che quando dico di che cosa mi occupo, i miei interlocutori mi rispondono con un tono a metà tra il sollevato e l’incredulo: “Ah, ma allora anche in urologia c’è qualcosa che possono fare le donne!”. A questo punto mi sembra doveroso spiegare quale sia la realtà che si vive in un ambulatorio di urodinamica. Posso assicurare che non si smette mai di imparare.

Innanzitutto, la tipologia di pazienti che accedono a questo servizio è molto vasta: donne con problemi uroginecologi, pazienti di ambo i sessi affetti da patologie neurologiche che, purtroppo, possono generare una vescica neurologica (per esempio morbo di Parkinson, sclerosi multipla), uomini con patologia prostatica che ha portato a uno scompenso vescicale o anche ragazzi giovani che lamentano disuria in cui si sospetta una sindrome del collo vescicale, uomini e donne con vescica iperattiva idiopatica, pazienti sottoposti a interventi demolitivi per eteroplasia vescicale cui è stato possibile effettuare una derivazione continente. Tutto questo solo per far capire che l’urodinamica non si risolve solo con la diagnosi: donna incontinente da operare, donna non incontinente da non operare.

Credo che ogni specializzando dovrebbe avere una formazione in questo senso, che permetta di capire quanto anche le patologie d’organo, la psicologia e la neurologia possano influire sul controllo della minzione. Inoltre è necessario sfatare un altro luogo comune: non è vero che l’urodinamica non serve a nulla. Molto spesso nel nostro ambulatorio è stato posto un semplicissimo quesito: questo paziente, ritenzionista cronico da anni, è affetto solo da patologia ostruttiva cervico-uretrale o c’è anche una componente di ipocontrattilità detrusoriale?
 
Un dubbio che può essere risolto solo con un esame urodinamico condotto in maniera seria, prendendo ancora valide le linee guida del 2002: “Good Urodynamic Practices: Uroflowmetry, Filling Cystometry, and Pressure-Flow Studies” di Werner Schafer, Paul Abrams, Limin Liao, Anders Mattiasson, Francesco Pesce, Anders Spangberg, Arthur M. Sterling, Norman R. Zinner e Philip van Kerrebroec. E non raramente una diagnosi di “severa ipocontrattilità detrusoriale” ha portato alla mancata esecuzione di un intervento chirurgico disostruttivo, poiché il paziente, una volta messo di fronte ai rischi di una chirurgia forse non risolutiva, ha optato per altre strategie terapeutiche, come per esempio l’esecuzione di autocateterismi.

Credo inoltre che l’ambulatorio di urodinamica permetta anche di acquisire una certa manualità, fondamentale nella nostra branca, che sia in grado di sviluppare un buon rapporto tra medico-infermiere e paziente, visto che un buon esame urodinamico dura circa 60 minuti (ovviamente anamnesi inclusa). Da non dimenticare inoltre il grande contributo scientifico che l’urodinamica può dare. Anche qui un esempio per tutti: l’utilizzo della tossina botulinica ha e avrà un grande impiego anche grazie all’esame urodinamico. Personalmente mi sento molto fortunata ad aver potuto frequentare questo ambulatorio, che credo dia le basi per capire molte sfaccettature di una branca così complessa come l’urologia.

28 Gennaio 2017