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37° Congresso (medici) e 11° Congresso (fisioterapisti, infermieri, ostetriche) SIUD – Primo Annuncio

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Congressi

 

 

 

 

 

locandina congresso siud Latina 2013

 

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La storia di Latina, o meglio di Littoria – come fu denominata in origine – compendia in sé due aspetti: quello della terra antica, “riconquistata” con la bonifica dell’Agro Pontino e l’altro della città nuova, simbolo della politica del Regime.

Se parliamo dunque del primo nucleo abitativo, allestito con mezzi di fortuna nello spazio del Quadrato – oggi sede della Piazza del Comune – da cui poi si sviluppò in breve tempo l’intero centro urbano, il pensiero va ad un passato piuttosto recente e precisamente all’autunno del 1931, quando un gruppo di coloni – per lo più boscaioli o carbonai – si stabilì in quel fazzoletto di terra con il preciso compito di estirpare erba tronchi e radici di alberi secolari per rendere il suolo edificabile e fondare la prima città dell’Agro Pontino.

Tuttavia questo evento, straordinario e inaspettato poiché vide la presenza umana dove si pensava fosse possibile, non fu che l’epilogo di un percorso lungo e laborioso che parte da molto lontano.

Circa tre milioni di anni fa il mare copriva tutta la pianura pontina, ne emergevano soltanto la catena dei monti e il Circeo, che era un’isola; il territorio si trasformò in un grande catino acquitrinoso in seguito all’enorme pressione generata dal vulcano laziale di Albano, la cui attività esercitò sul sottosuolo notevoli pressioni che provocarono l’innalzamento della duna quaternaria lungo una linea parallela al mare. Tra i monti e questa fascia di terreno al di sopra del livello del mare venne a trovarsi un’ampia zona depressa, lagunare, in cui si depositarono detriti alluvionali e sedimenti di materiale fossile.

Le acque meteoriche e quelle sorgive che sgorgavano ai piedi dei monti si raccoglievano disordinatamente in questo vasto bacino con scarse possibilità di incunearsi e di raggiungere il mare. Ostacolata dalla barriera della duna quaternaria e dalla scarsa pendenza del letto dei fiumi, l’acqua tracimava dagli alvei nelle bassure dove ristagnava, dando origine alle PALUDI PONTINE.

La zona si presentava come un enorme acquitrinio, umida e malsana; cosi scriveva Ippocrate nella seconda metà del V secolo a.C.: “ Le acque palustri, ferme e stagnanti, sono necessariamente calde, dense, puzzolenti d’estate…..che le beve avrà la milza ingrossata e muscolosa, il ventre duro e stretto….” Nei secoli la “febbre della palude”- come in passato veniva definita – segnò il corso della storia e della società del luogo, consentendo poche forme di vita, che gravitavano per lo più sulle colline e facevano capo solo sporadicamente alla pianura.

Già in epoca romana lo stato del territorio pontino, che si estendeva per circa 90,000 ettari fino alle porte della capitale, costituiva un problema per la salute degli abitanti e un ostacolo allo sviluppo dell’economia locale, per cui consoli e imperatori tentarono varie imprese di risanamento, senza però riuscirvi. Dal 1500 al 1800 furono i Papi a farsi promotori dei più importanti studi e progetti per la bonifica delle paludi; vennero interpellati i migliori cartografi, ingegneri e scienziati del tempo, ma le opere idrauliche realizzate modificarono solo parzialmente l’assetto della regione.

Inoltre alcuni lavori furono interrotti a causa dell’ostracismo degli abitanti dei comuni interessati.

Nel 1759, per esempio, il Papa Clemente XIII incaricò illustri studiosi, tra cui l’architetto Angelo Sani, di formulare un efficace piano di prosciugamento; essi individuarono nel canale Rio Martino il collettore principale verso cui convogliare le acque che impaludavano la parte alta del territorio, ma non ebbero modo di attuare il progetto per mancanza di manodopera disponibile a collaborare.

Sotto il pontificato di Pio VI si progettò lo scavo di un nuovo canale navigabile – il LINEA PIO – il cui corso, lungo 21 chilometri, correva parallelo all’Appia fino a Terracina e di una ventina di canali minori, perpendicolari al Linea Pio, che dovevano farvi confluire le acque del drenaggio dei terreni circostanti. La trasformazione che avvenne nel comprensorio fu straordinaria, ma di lì a poco Pio VI morì e il progetto fu abbandonato.

A partire dal 1880 furono eseguiti importanti studi sulla malaria e di conseguenza il Governo emanò leggi severe per la protezione della salute pubblica che avevano come presupposto fondamentale la bonifica dei terreni paludosi dove la zanzara anofele, responsabile della trasmissione della malattia, si riproduceva con facilità.

All’inizio del Novecento la vasta area geografica pontina, costituita da pantani, stagni e piscine oltre che da una fitta boscaglia, appariva desolata e selvaggia; la totale mancanza di strade e un folto intreccio di cespugli e rovi la rendevano in alcuni tratti inaccessibile, Restava quindi un mondo lontano ed emarginato, dove si mantenevano organizzazione territoriali e sistemi sociali di tipo feudale, con condizioni di vita arretratissime e in continua precarietà a causa delle ricorrenti epidemie malariche. L’ambiente consentiva lo svolgimento di poche e saltuarie attività lavorative come l’approvvigionamento di legna e carbone nei boschi, l’allevamento di pecore e bufali, la pesca nei canali e nei fiumi, la coltivazione di ortaggi e cereali. Il trasporto di raccolti e materiali vari avveniva a bordo di imbarcazioni dal fondo piatto, i sandali, con cui ci spostava nei campi allagati e perennemente impaludati.

I lavoratori della palude abitavano in misere capanne di erba edificate all’interno delle lestre; queste erano zone più o meno ampie ai margini della foresta, prive di vegetazione e recintate da una staccionata, dove si trovavano anche i ricoveri per gli animali e i fienili. Gli spazi interni, angusti e anneriti dal fumo del focolare, arredati con poche suppellettili e giacigli di rami di felce, davano l’idea di quanto fosse difficile la vita della gente locale.

La crisi economica che seguì la prima Guerra Mondiale rese impellente la necessità di prosciugare la palude per garantire insediamenti agricoli stabili e risolvere il problema sanitario; la malaria in realtà, a causa delle condizioni fisiche fortemente debilitate dalla fame e dalla miseria, mieteva più vittime del conflitto stesso. Infatti il censimento sulla popolazione malarica dell’Agro Pontino condotta dalla Croce Rossa Italiana registrò dati impressionanti che imponevano misure di emergenza. Lo Stato Italiano dispose quindi gli interventi legislativi – distribuzione gratuita del chinino, aspersione degli stagni con larvicidi come il piretro e il petrolio e protezione di porte e finestre con reti metalliche – e stanziò i fondi necessari alle opere di bonifica. Finanziò il progetto redatto nel 1918 dall’Ing. Marchi del Genio Civile, che delineava i criteri per la bonifica idraulica e rappresentò il primo fondamento della grande opera realizzata in seguito.

La svolta decisiva alle sorti di questo territorio impervio e inospitale fu data però dalla politica del Regime. La premessa di grande rilievo fu l’alto tasso di disoccupazione nell’intera Nazione e soprattutto nelle campagne della Val Padana, dove la situazione del bracciantato agricolo si faceva di giorno in giorno sempre più preoccupante. Dopo la Marcia su Roma Mussolini esaminò personalmente lo stato di abbandono dell’Agro Pontino e valutò l’iniziativa di intraprendere le opere di bonifica in modo radicale e sistematico, sia per cogliere l’occasione di attuare la politica di ruralizzazione e di espansione demografica enunciata dal Partito, sia per offrire lavoro ad una gran massa di disoccupati che avrebbe potuto – come poi in realtà fece – arrivare da ogni parte d’Italia e, non da ultimo, per dare un’immagine di forza e di efficienza del nuovo governo.

Il 24 dicembre 1928 fu varata la legge sulla Bonifica Integrale, nota come Legge Mussolini, che prevedeva azioni parallele – bonifica idraulica, bonifica sanitaria e bonifica agraria – di competenza di più Enti, i quali dovevano curarne l’organizzazione e l’attuazione pratica.

Le opere di bonifica idraulica, per motivi logistici la prima nell’ordine a dare avvio alla “grande impresa” iniziarono subito dopo, ma a partire del novembre 1929 assunsero un ritmo impressionante. Già il Consorzio della Bonificazione Pontina aveva disposto la costruzione delle strade necessarie alla movimentazione di ingenti materiali e al passaggio di un gran numero di operai e precisamente la strada che da Cisterna di Roma (ora di Latina) portava a Passo Barabino (oggi Borgo Piave) e poi quella che proseguiva fino al Quadrato (di lì a poco parte del comprensorio di Littoria). Altre strade giungevano fino a Fogliano, all’Appia, alla Stazione di Sermoneta e a Passo Genovese (l’attuale Foce Verde) per un totale di circa 334 Km.

Per regolare le acque e prosciugare le paludi fu adottato il progetto di bonifica redatto dall’Ing. Pancini che si rifaceva allo studio precedentemente effettuato dall’Ing. Marchi; questo prevedeva l’escavazione di un triplice sistema di canali per raccogliere e convogliare in mare le acque dei terreni alti, medi e bassi, l’installazione di impianti idrovori (in tutto 18, di cui quello di Mazzocchio era il più grande in Europa) per l’innalzamento delle acque dei terreni di quota inferiore, la sistemazione delle sponde e degli invasi dei laghi costieri, l’utilizzo di colmate per il riempimento di bassure e piscine. I lavori di bonifica idraulica, facilitando lo scorrimento dell’acqua che impediva lo sviluppo delle larve, ridussero notevolmente l’habitat dei vettori della malaria.

L’Istituto Nazionale Antimalarico Pontino si occupò di proseguire ed intensificare l’operato che nel 1921 aveva iniziato la Società Bonifiche Pontine negli ambulatori dei centri aziendali di Colonia Elena, ma soprattutto di sensibilizzare i contadini al problema della profilassi e della cura scientifica della malattia. L’ignoranza e la superstizione della gente locale induceva a far uso di rimedi della medicina popolare come costringere il malato ad ingoiare cimici vive o fegato di topo, indossare amuleti con rettili vivi o subire la pratica brutale della ”infornata”, che consisteva nell’introdurre il soggetto malato nel forno ancora caldo. Come affermava il malariologo Angelo Celli, molto attivo nella zona insieme a sua moglie Anna, per sconfiggere il morbo non bastavano il chinino o la protezione meccanica delle abitazioni, bisognava vincere l’atteggiamento ostile verso la scienza, spiegare come e perché ci si ammalasse e quali fossero le norme igieniche da rispettare.

Per questo il personale sanitario e della Croce Rossa si avvalse dell’opera educativa e umanitaria dei maestri, i quali tra mille difficoltà logistiche legate al raggiungimento delle baracche adibite a scuole nella palude e alla scarsa recettività degli abitanti delle lestre, quasi tutti analfabeti, si adoperarono con straordinario zelo per realizzare la redenzione dell’Agro Pontino.

La bonifica agraria, che doveva consentire lo sviluppo economico del territorio “risanato” prese il via con le azioni di appoderamento e colonizzazione di competenza del Commissariato per le Migrazioni Interne, istituito con la Legge del 9 Aprile 1931. L’ente si occupò del reclutamento – disposto in base allo stato di bisogno o all’anzianità di disoccupazione rilevati nelle zone della Penisola maggiormente colpite – del trasporto e dell’assistenza sia deli operai addetti ai lavori di bonifica, sia delle famiglie chiamate ad abitare i nuovi poderi. Ben presto però l’Agro Pontino divenne la meta ambitissima di migliaia di coloni che, senza il nulla osta previsto dalla legge, si trasferì in cerca di lavoro soprattutto dalle regioni del Veneto, Emilia Romagna e Friuli.

L’impegno operativo era duplice, ovvero prevedeva l’ingaggio tra le fila dei cosiddetti “bonificatori” e in più l’attività nei campi, svolta anche da anziani, donne e bambini a partire dai 7-8 anni di età. I lavoratori arrivavano con treni speciali alla stazione di Cisterna, portando con sé pochi arredi familiari, fagotti e valigie per i vestiti e il corredo, nonché piccoli oggetti come damigiane, fiaschi e paioli per la cucina.

Inizialmente le famiglie erano alloggiate nelle baracche, poi vennero sistemate nei primi 10 villaggi operai costruiti appositamente e dotati di impianto idrico ed elettrico, nonché di edifici ad uso pubblico, come la chiesa, l’ambulatorio medico, la caserma dei Carabinieri, la scuola, il dopolavoro (O.N.D.), l’ufficio postale, la dispensa, il forno, le botteghe, i bagni, oltre a magazzini e depositi rustici. Questi villaggi sarebbero poi diventati i Borghi dell’Agro Pontino.

Ancora un passo avanti nel processo di ruralizzazione strategica della zona fu compiuto dall’Opera Nazionale Combattenti (O.N.C.), un Ente sorto già nel 1917 per l’assistenza ai reduci di guerra e alle loro famiglie.

Considerando che l’agricoltura in Italia era l’attività principale per il 60% della popolazione e che la campagne avevano dato la maggioranza degli uomini impegnati al fronte, il Governo decise di provvedere all’assegnazione di terra da riscattare e di grandi case coloniche in grado di ospitare più gruppi familiari in segno di gratitudine e con lo scopo di creare un sistema agricolo organizzato e produttivo. Nell’agosto del 1931, quando la bonifica idraulica era ormai quasi conclusa e si pianificavano i lavori di costruzione di Littoria, cominciò l’espropriazione e il trasferimento dei primi 17.000 ettari di terreno all’O.N.C. In cinque anni si doveva realizzare la trasformazione agraria di oltre 50.000 ettari di terra, la costruzione di 3.000 poderi e l’insediamento di 30.000 coloni. A ritmi serratissimi iniziò dal Quadrato l’opera di disboscamento, poi di dissodamento e di aratura del terreno e il 21 gennaio 1932 si diede il via all’edificazione delle prime case rurali con relativi annessi sia nel perimetro destinato alla città che nelle aree più o meno dislocate, lungo le direttrici delle strade principali e dei canali.

Le famiglie coloniche erano inizialmente legate all’O.N.C. da un contratto a mezzadria, secondo il quale era loro vietata ogni altra possibilità di lavoro fuori dal podere, pena il forzato abbandono di questo e dell’attività stessa, e disponevano di un libretto colonico personale in cui erano segnati debiti e crediti e soprattutto gli utili, da dividere al 50% con l’O.N.C.. Nel tempo i contratti consentirono loro forma di gestione diversa e più autonoma ed, infine, addirittura il riscatto dei beni assegnati.

Tuttavia l’ambientamento dei coloni nella “terra promessa” non fu certo facile. Si racconta che i problemi principali fossero inizialmente due: il primo era che le donne, provenendo dalle zone del Nord Italia, non sapevano fare il pane perché abituate alla polenta; il secondo che molti uomini, essendo braccianti, avevano poca dimestichezza con il bestiame, Si dovettero pertanto trovare con urgenza volontari di ambo i sessi disposti e istruire i nuovi arrivati.

La guerra non risparmiò le opere di bonifica tanto faticosamente realizzate e la popolazione pontina fu costretta a subire gli effetti più dolorosi del conflitto. Nell’ottobre del 1942 i tedeschi bloccarono le pompe degli impianti idrovori, inoltre furono sabotate le foci dei canali e distrutti i ponti e gli argini dei fiumi. La palude tornò in gran parte della pianura, inondando campi e case che in breve tempo rimasero abbandonati, ma soprattutto causò una recrudescenza della malaria.

Solo a partire dal settembre 1943 fu possibile arginarla nuovamente grazie all’uso del DDT, il potente insetticida venuto dall’America e accolto con grande sollievo dalla gente e dalle Amministrazioni locali. Quando le truppe alleate entrarono nell’Agro Pontino e gli sfollati fecero ritorno alle loro abitazioni una nuova battaglia li attendeva: quella della ricostruzione.

La legge sulla Bonifica Integrale non aveva previsto la creazione di città e di insediamenti urbani, in quanto avrebbero attirato i coloni dalle campagne distogliendoli dal lavoro e dalle terre appena risanate. Tuttavia il successo e il risalto tributati in seguito, soprattutto all’estero, al Fascismo costruttore di città, fecero modificare l’opinione iniziale di Mussolini.

Questi incaricò l’architetto Oriolo Frezzotti ed altri suoi collaboratori di progettare 5 città nuove e precisamente Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia, le quali a cominciare da Littoria, inaugurata il 18 dicembre 1932 e poi di seguito le altre, ad intervalli più o meno regolari di due anni fino al 1939, furono tutte ufficialmente riconosciute in presenza del Duce e dei Reali.

L’espansione dei nuovi centri urbani, molto simili tra loro in quanto concepiti secondo uno schema architettonico in linea con lo stile monumentale imposto dal Regime, si arrestò soltanto durante gli anni della guerra, quando molti edifici furono distrutti dalle bombe e saccheggiati.

Nel 1945 cominciò la fase di riassetto e di ripristino degli spazi cittadini e per Littoria ci fu una svolta destinata ad offuscare volutamente il ricordo del passato: il nome fu cambiato e la città da allora si chiama Latina. L’unico richiamo all’epoca della fondazione che oggi è ancora possibile osservare è dato dalla forma urbana, una originale sintesi fra lo schema a raggiera e quello ad anelli concentrici – entrambi studiati a tavolino con lo scopo di rappresentare la centralità e la potenza del Regime – e il nucleo edilizio originario, in passato anche candidato al titolo di “patrimonio dell’umanità” dell’UNESCO. Il viaggio “storico” nel cuore della città inizia a Piazza del Popolo, al centro di una pianta ottagonale da cui si irraggiano strade rettilinee che scandiscono gli spazi con geometrica precisione e dove si può ammirare il Palazzo Municipale con la Torre Civica e gli edifici una volta sede dell’Amministrazione Fascista; continua poi con la visuale del Tribunale, del Palazzo del Governo, che si trova di fronte ad una fontana marmorea a forma di fascio littorio, della Cattedrale S. Marco, prima unità religiosa della città, del Palazzo a forma di M costruito in onore del Duce, delle strutture dell’Opera Nazionale Combattenti e dell’Opera Balilla e infine degli edifici della Piazza del Quadrato con il giardino e il monumento del Bonificatore, di grande valore commemorativo. Attualmente convivono dunque a Latina testimonianze del passato e innovazioni del presente, entrambi elementi che la rendono preziosa e nello stesso tempo perfettamente vivibile.

9 Febbraio 2017